da patrizia mattioli | Ott 3, 2023 | Blog su Il Fatto Quotidiano, Genitorialità

Ho visto lo spot di Esselunga che sta facendo molto discutere. È bello, emozionante. Fa tenerezza la bambina che porge la pesca al papà dicendogli che gliela manda la mamma. Nello spot si capisce che i genitori sono separati, ma soprattutto che è una separazione non serena, che tra i due ex la comunicazione non è buona.
Stringe il cuore pensare quale peso e quali responsabilità un bambino si assumenei confronti dei suoi genitori: quello di aprire uno spiraglio di comunicazione, di riavvicinarli. Cercano di farlo i figli di genitori separati come anche i figli di genitori che rimangono insieme e non sanno più comunicare. Lo fanno i figli di genitori che sono in conflitto, separati o meno che siano. Spesso i figli cercano di mediare, di compensare le inefficienze genitoriali, di riavvicinarli, intervenendo direttamente con un gesto, come nello spot, oppure attraverso un sintomo che, riorientando coercitivamente l’attenzione, distoglie dal conflitto.
Non sono felici in generale, i bambini di genitori che soffrono e che nella sofferenza non riescono più a svolgere il loro ruolo. Più che l’infelicità della bambina, sottolineerei l’aspetto costruttivo del suo gesto: la bambina prova a fare qualcosa di utile, dando il suo contributo recupera un senso di controllo sulle cose.
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da patrizia mattioli | Set 27, 2023 | Adolescenza, Blog su Il Fatto Quotidiano

Quando qualche anno fa ho sentito l’esigenza di aprire delle parentesi di leggerezza nel lavoro, mi è capitato di conoscere libri di: Piccoli Scienziati, Piccoli Filosofi e altri Piccoli Fenomeni, che mi hanno fatto pensare di crearne una versione anche nella psicologia. È nata così l’idea di Piccoli Psicologi: una storia della psicologia raccontata attraverso il susseguirsi delle vite avventurose dei suoi protagonisti. La presunzione è quella di racconti informativi e formativi, che offrano le prime nozioni di psicologia attraverso storie fantastiche, liberamente tratte dalle effettive biografie dei personaggi.

Le storie sono uno strumento antichissimo di comprensione e organizzazione di significati. Raccontare storie è il modo migliore per trasformare informazioni complesse in una narrazione e attraverso di essa suscitare emozioni e favorire la memorizzazione. I bambini sono curiosi, fanno tante domande, spesso i genitori, gli insegnanti, gli altri adulti che li circondano rispondono raccontando storie. Leggere e ascoltare storie è un modo in cui possono costruire gli strumenti per capire se certe cose sono o non sono buone, se le cose che provano sono o non sono sbagliate. Le letture possono rafforzare e articolare quello che gli viene insegnato e allargare le conoscenze. È in questo bisogno di conoscenza che spero si inserisca e sia utile il mio contributo.
Di storie per bambini sui diversi argomenti psicologici ce ne sono tante, mi sembrava che mancasse invece un contenitore storico entro il quale farle scorrere e dar loro un significato, che ricostruisse la storia che certi concetti hanno iniziato tanti anni fa. La mia storia dei Piccoli Psicologi inizia con il personaggio di Anna. Ho voluto iniziare con Anna Freud piuttosto che con suo padre per presentare un personaggio femminile all’interno di un mondo e di un percorso che come molti altri è stato spesso caratterizzato da importanti e ingombranti figure maschili. Ve ne propongo un estratto.
“……..Anna era affascinata dagli studi di suo padre. Non sapeva perché ma suo padre si riuniva tutte le settimane, il mercoledì pomeriggio, nello studio con alcuni colleghi e parlavano per ore. Spesso Anna sbirciava dentro lo studio attraverso la fessura della porta socchiusa. Era molto curiosa. Avrebbe voluto entrare per ascoltare meglio ma non le era permesso………”
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da patrizia mattioli | Set 13, 2023 | Blog su Il Fatto Quotidiano, NEWS

Marisa Leo è stata uccisa dall’ex fidanzato che doveva incontrare per un incontro chiarificatore.
Non bisogna andare agli ultimi appuntamenti, ma le future vittime già lo sanno e spesso il problema è che non riescono a tirarsi indietro. Nulla garantisce che, mancato uno, non ce ne saranno altri, perché accettare l’ultimo appuntamento è la prova inconfutabile che quel legame non è per niente risolto emotivamente. Alle segnalazioni e denunce della vittima, non corrisponde un cambiamento interno, emotivo nei confronti del partner maltrattante. Ed è su questo che va indirizzato il lavoro di aiuto.
Sono d’accordo con chi afferma che per risolvere i problemi che possono portare al femminicidio si deve lavorare per il risveglio della vittima, oltre che mettere in campo tutte le risorse necessarie a proteggerla e tutelarla da rischi futuri (L. Pigozzi). Molti interventi, peraltro importantissimi, fatti contro la violenza non modificanolo stato di dipendenza affettiva. In tali condizioni la vittima non è in grado di mantenere autonomamente la distanza di sicurezza dal suo carnefice, distanza che rimane gestita dall’esterno. Nessun servizio di protezione riuscirebbe mai a proteggere una potenziale vittima 24 ore su 24 e soprattutto da se stessa.
Molti interventi dunque non aiutano la vittima a capire qual è la difficoltà di uscire dalla condizione stessa di vittima, dallo stato di fragilità e dipendenza affettiva in cui si trova. Si dà per scontato che voglia uscire dalla relazione tossica, e sicuramente nei momenti acuti è così, e che sia il partner a impedirglielo. Questo è vero solo in parte. Il bisogno di controllo o di potere o di qualsiasi altra cosa da parte del partner va ad incontrarsi con bisogni emotivi non risolti della vittima, bisogni e insicurezze che possono far parte del suo modo di essere e quindi già presenti quando incontra il partner tossico o essere indotti gradualmente dalla tossicità della relazione.
Perché è così difficile uscire dalla dipendenza affettiva?
Le persone dipendenti e passive tendono a minimizzare i torti subiti. Una persona maltrattata mantiene il rapporto di dipendenza dal partner perché ha il senso di non potersela cavare senza di lui o di lei e per questo deve minimizzare il suo aspetto tossico. I meccanismi di autoinganno del cervello che lavorano per la stabilità che continuamente ricerchiamo, oltre che per il mantenimento di un senso positivo di sé, rendono difficile a volte riconoscere la tossicità di un rapporto come anche accettare l’idea di essersi sbagliate e aver scambiato un rospo per un principe.
Le persone, le donne maltrattate hanno spesso qualcosa che l’altro non ha. Una mia paziente, in buone condizioni economiche, si era legata a un partner meno abbiente ma con smanie di ricchezza, che pensava di raggiungere attraverso comportamenti delinquenziali. Lui mal sopportava la disparità economica che era motivo di maltrattamento verbale e fisico, al punto che per lei era diventato un problema essere benestante. Il modo possessivo e aggressivo di lui veniva comunque scambiato per amore e la brutalità quasi ricercata e vissuta come aspetto protettivo. Come diceva Bowlby, psichiatra e psicoanalista inglese, una caratteristica importante dei legami di attaccamento è la loro resistenza anche di fronte a maltrattamenti e punizioni perché un fattore stressante (il maltrattamento appunto) stimola il comportamento di attaccamento, anche se a fornirlo è la stessa figura che offre protezione.
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da patrizia mattioli | Giu 8, 2023 | Blog su Il Fatto Quotidiano, NEWS

È in parte condivisibile la dichiarazione del presidente del Senato, Ignazio La Russa, in cui dice che il femminicidio non è un problema femminile ma maschile, anche se io direi che è maschile e femminile: nessuna delle due parti può pensare di risolverlo da sola visto che è la dinamica relazionale che si crea tra i due partner a costruire l’escalation che porta alla violenza
È condivisibile in pieno invece l’affermazione che il rispetto si apprende in famiglia o almeno primariamente in famiglia, ma poi anche a scuola e successivamente sul lavoro: è importante che i ragazzi conoscano il rispetto all’interno delle mura domestiche, che lo sperimentino di persona e soprattutto che lo vedano realizzato nella relazione tra i loro genitori. Non è invece condivisibile l’idea che si possa poi gestire il comportamento non rispettoso da parte dei ragazzi nei confronti delle donne attraverso gli schiaffi, cioè attraverso altra forma di violenza.
Se a un comportamento violento e non rispettoso si risponde con comportamento altrettanto violento che invade lo spazio personale, questo è altrettanto non rispettoso e rischia di avere un effetto iatrogeno (cioè indotta dalla terapia, ndr) e stimolare ulteriore violenza.
Non è attraverso la coercizione e la sopraffazione che si può insegnare il rispetto per le persone perché sono concetti incompatibili, il rispetto non è qualcosa che si può imporre ma qualcosa che si apprende per esperienza e per modello.
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da patrizia mattioli | Apr 21, 2023 | Blog su Il Fatto Quotidiano, NEWS

Mary guarda quella sigla che ha perso il significato originale di amore eterno. Di eterno è rimasta solo lei, una data e due lettere che ora sembrano particolarmente stonate sulla pelle. E’ pentita di aver dato a quella storia uno spazio così indelebile. Perché lo ha fatto?
In generale il significato dei segni sulla pelle va ricercato nel contesto culturale e nella storia di vita di una persona. Quando un adolescente ricorre al tatuaggio, spesso lo fa per un’affermazione di sé, come a dire “io sono io”.
Attraverso la trasgressione, se il tatuaggio non è ben visto in famiglia, l’adolescente cerca di individuarsi, o di affermare la sua identità, di rivendicare la sua indipendenza, di sfuggire al controllo genitoriale.
Anche per Mary era stato così: i suoi non volevano e lei lo aveva fatto alla prima occasione, la prima vacanza studio all’estero, in una parte del corpo non visibile. Un’affermazione di sé all’insaputa dei genitori, senza rischiare ripercussioni.
Se pensiamo al tatuaggio come a una forma di espressione di sé, esso può rappresentare diversi significati e funzioni:
– quella di esorcizzare una paura; chi ha paura di un animale può tatuarsi quell’animale e avere così l’impressione di dominarla e sentirsi più sicuro.
– quella di convincersi che modificare l’immagine del corpo possa avere ripercussioni positive sulla mente.
– quella di suggellare un legame affettivo o un momento della vita e farlo rimanere nel tempo, come un tatuaggio.
– quella di rispondere a un bisogno di miglioramento: il tatuaggio può abbellire o coprire un difetto, una cicatrice, una macchia.
Ci si tatua per un senso di appartenenza, a un gruppo, a una cultura. O per il bisogno di sorprendere: Alessio ha un tatuaggio enorme sulla schiena. Gli piace stupire gli altri, soprattutto i colleghi che lo vedono sempre impeccabile negli abiti e nei modi per poi scoprire, magari al mare o in palestra, un’altra parte di lui, quella più trasgressiva che sembra sfidare la tenuta del rapporto di amicizia o professionale con il messaggio implicito: “mi apprezzi e mi accetti per come sono o per come sembro?”
Ci si fa un tatuaggio anche quando si ha difficoltà ad elaborare esperienze e vissuti, che comunque sono presenti e attivi. Le parole e i pensieri diventano azioni sul corpo, a volte contro il corpo, lì dove si percepisce concretamente la sofferenza. A volte emozioni come l’inadeguatezza, la colpa, la vergogna, la rabbia, l’odio emergono da dentro a fuori, da sotto a sopra la pelle.
Risale alle esplorazioni nel Settecento dell’inglese James Cook il ritorno del tatuaggio (dal polinesiano tau tau, che significa “segno sulla pelle”) in Europa al suo ritorno dai Mari del Sud. Ma il tatuaggio ha origini molto antiche che risalgono apiù di 5000 anni fa. Gli studiosi della materia ipotizzano che sia nato come metodo per lenire i dolori sfregando sulla pelle carbone polverizzato, e che abbia assunto solo successivamente altri significati.
Nelle culture occidentali il tatuaggio ha alternato periodi di centralità a periodi di assenza e di divieto. I Celti adoravano divinità animali e se ne disegnavano simboli sulla pelle. Gli antichi romani, al contrario, credevano nella purezza del corpo umano e vietavano i tatuaggi che venivano usati soltanto per marchiare i criminali.
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Il Fatto Quotidiano
da patrizia mattioli | Mar 6, 2023 | Blog su Il Fatto Quotidiano

Foto Fabrizio Corradetti / LaPresse
06/07/2017 Roma (Italia)
Chiusura del ponte sul laghetto dell’Eur direzione centro
Nella foto: Traffico causato dalla chiusura del ponte
Ph Fabrizio Corradetti / LaPresse
06/07/2017 Rome (Italy)
Chiusura del ponte sul laghetto dell’Eur direzione centro
In the pic: Traffico causato dalla chiusura del ponte
Nelle scorse settimane si sono verificati più casi di cronaca legati al traffico e al (non) rispetto delle regole della circolazione. La tragedia più recente, il 10 luglio, è stata quella dei due fidanzati travolti dal guidatore ubriaco di un furgone, lanciatosi in un inseguimento a seguito di un diverbio. Una ragazza di 27 anni è morta sul colpo, il compagno, di 29, è gravissimo.
Va detto – per cercare di comprendere qualcosa di più di questa terribile vicenda – che alla guida tendiamo, forse un po’ tutti, a essere più risoluti: sono in gioco il rispetto delle regole stradali, ma soprattutto la considerazione che abbiamo di noi stessi.
Essere all’interno di un mezzo ci fa sentire evidentemente più protetti e quindi più liberi di parlare, più determinati nell’esprimere anche con insulti, parolacce e gesti volgari, lo stato d’animo del momento e il personale punto di vista su chi ci sta di fronte. L’automobile, con la sua struttura solida, modifica la percezione che abbiamo di noi stessi e con questa il senso delle cose che possiamo o non possiamo permetterci con gli altri mentre siamo alla guida. La macchina protegge come un’armatura e anche la persona più mite ed educata, facendole tirare fuori la parte più prepotente di sé. Lo stesso vale su due ruote: ci si può sentire più vulnerabili, ma con il senso di potersi defilare facilmenteda situazioni critiche, zigzagando nel traffico.
Se un confronto tra automobilisti avviene in un momento in cui uno o entrambi gli interlocutori sono già in tensione per altre questioni personali, le cose possono diventare difficili e si può passare velocemente dal confronto al contrasto, fino allo scontro.
Ognuno ha un modo personale di elaborare l’esperienza. Lo scambio di insulti può rappresentare ed essere vissuto come una sopraffazione e sollecitare un vissuto di inferiorità, o essere interpretato come una valutazione negativa e stimolare sentimenti di inadeguatezza o di indegnità o altro. In tutti i casi se i sentimenti negativi che ne derivano vengono totalmente attribuiti all’episodio in corso e a se stessi in quel frangente, ne può risultare una brusca caduta dell’umore. Se invece viene attribuito totalmente all’esterno, nel nostro caso alla persona che ci ha tagliato la strada, rubato il parcheggio o altro, allora è probabile che emergano reazioni emotive di rabbia che, in mancanza di freni inibitori, vuoi per cause naturali (incapacità personale a contenere le emergenze emotive), vuoi per cause indotte (assunzione di alcool per esempio), si può trasformare in quello che viene chiamato “un agito”, cioè la messa in atto di un comportamento istintivo, automatico contro l’altro, che non è più visto come una persona, ma come un nemico da abbattere per riscattare l’orgoglio ferito o l’autostima minacciata e affermare la propria giustizia
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